Stiamo ormai vivendo in un paese che cammina sull'orlo di un baratro, ma un baratro vero non quello che i nostri governanti cercano di spiegarci usando termini e paroloni che ingannano la gente comune e che sembrano essere una nuova lingua da studiare.
Quando mai abbiamo sentito parlare di Spread in Italia?????
Non sapevamo nenache cosa fosse nè avevamo la necessità di saperlo !!!Oggi l'Italia si ribella!!!
L'Italia di tutti!!!
Vogliamo e dobbiamo sapere per poter sopravvivere!
Se siamo messi così, vuol dire che realmente le cose vanno male, fare due calcoli è molto semplice : le piccole e medie imprese stanno ad un passo dal fallimento, i dipendenti se prima arrivavano a stento alla fine del mese adesso tra aumenti di spese vive come luce, gas ,acqua, benzina, generi alimentari si ritrovano a far fronte alla fame,idem per i pensionati che con i soldi delle loro già scarse pensione forse arrivano a pagarsi le spese di condominio o forse una bolletta di luce o di gas dando la priorità a quella piu urgente o prossima
alla scadenza.
E le nuove attività????
Sembra che non facciano in tempo ad avviarsi che già si organizzano per chiudere!!
Credo che alla base c'e uno scellerato bisogno da parte dei nostri governanti tecnici di far fronte alle politiche europee non rendondosi conto che non c'e bisogno di politiche a lungo termine ma di fatti che possano dare i frutti subito.
Io sono daccordo col privatizzare tutto, ma credo che ora non risolvi nulla!
Non è che aumentare il numero dei notai faccia aumentare la possibilità di acquistare case se le banche continuano a non concedere mutui se non a dipendenti statali ove venga portato in pegno un rene o un cuore, oppure aumentare le farmacie o aumentare i taxi se non ci sono i soldi per far si che la gente possa spenderli per queste cose.
Circoscrivere solo alcune categorie non migliora la nostra Italia!
Allora credo sia giusto che l'Italia si sblocchi che noi tutti ci blocchiamo e che qualcosa di concreto venga fatto a sostegno della gente normale che si sveglia la mattina con la voglia,la tranquillità e la dignità di poter lavorare. .
Questo blog vuole essere uno sfogo è una condivione di tutte le problematiche di quanti sentono la crisi sulle proprie spalle. Storie - News - Lettere - Racconti della rete
lunedì 23 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Costa Concordia Anomalia Italiana
Come in ogni circostanze tragica in Italia dopo che ci sono dei morti s’inizia discutere e a cercare soluzioni, ora mi chiedo, il comandante della costa concordia avrà fatto una miriade di errori sarà stato un vile ad abbandonare la nave con ancora persone a bordo ,ma questo lo valuterà la magistratura con un processo, la cosa, però più strana e che onestamente seguendo la rete e la TV non ho ancora sentito è il ruolo preventivo della Guardia Costiera e la Capitaneria di Porto.... a cosa servono ?????
Su internet spopola questa telefonata tra il comandante e la capitaneria di porto aimè non lascio commenti, ma la stessa Capitaneria con i suoi Radar o a occhio nudo come facevano i turisti, possibile che non abbia mai visto le navi da crociera passare cosi vicino al giglio, possibile che nessuno della capitaneria si sia prodigato di denunciare l'accaduto alle varie compagnia di navigazione, come può essere possibile che se un aereo dopo l'11 settembre cambia rotta di un millimetro si alzano in volo i caccia per rintracciarlo e se una nave con 4300 persone a bordo è a 250 metri dalla costa non se ne accorge nessuno????????
E se a bordo di una nave del genere ci fosse un pazzo che vuole farla schiantare contro un porto???
Non è possibile che debba morire sempre della gente per far si che le cose cambino in questo nostro paese, vorrei che ci fosse un giusto processo per il comandante che deve pagare per gli errori che ha commesso, ma un giusto processo anche per chi è preposto al controllo dei natanti in mare è che ha permesso questo tipo di navigazione che inevitabilmente avrebbe portato poi a un disastro come quello che ora stiamo vedendo.
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Su internet spopola questa telefonata tra il comandante e la capitaneria di porto aimè non lascio commenti, ma la stessa Capitaneria con i suoi Radar o a occhio nudo come facevano i turisti, possibile che non abbia mai visto le navi da crociera passare cosi vicino al giglio, possibile che nessuno della capitaneria si sia prodigato di denunciare l'accaduto alle varie compagnia di navigazione, come può essere possibile che se un aereo dopo l'11 settembre cambia rotta di un millimetro si alzano in volo i caccia per rintracciarlo e se una nave con 4300 persone a bordo è a 250 metri dalla costa non se ne accorge nessuno????????
E se a bordo di una nave del genere ci fosse un pazzo che vuole farla schiantare contro un porto???
Non è possibile che debba morire sempre della gente per far si che le cose cambino in questo nostro paese, vorrei che ci fosse un giusto processo per il comandante che deve pagare per gli errori che ha commesso, ma un giusto processo anche per chi è preposto al controllo dei natanti in mare è che ha permesso questo tipo di navigazione che inevitabilmente avrebbe portato poi a un disastro come quello che ora stiamo vedendo.
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lunedì 16 gennaio 2012
"Boom di fallimenti"
La crisi continua a mietere vittime nel mondo imprenditoriale italiano. Secondo gli ultimi dati sulle dichiarazioni fiscali (anno di imposta 2009) diffusi dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia, il numero delle aziende che hanno chiuso o dichiarato fallimento è cresciuto rispettivamente del 52% e del 61%. In aumento anche le società in perdita (+37%).
Fonte tgcom24
Fonte tgcom24
La Nutella di Ferrero batte la crisi
La Nutella di Ferrero batte la crisi
La famosa Ferrero, proprio la società che ci delizia con la meravigliosa crema di nocciole Nutella, sembra non temere la crisi che affligge l’intera Europa. Anzi, la Ferrero Spa, filiale italiana della Ferrero International, nonostante il periodo difficile è riuscita a tirare le somme finali dell’anno 2011 con una crescita pari al 7% quantificabile ad un livello record di 2.502 miliardi di euro. Ciò che stupisce di più è sicuramente che questo tipo di crescita sia avvenuto in un periodo in cui la crisi a livello europeo non stenta a farsi sentire; ad ogni modo, il merito è dello stesso brand e della vasta offerta dei prodotti che mette a disposizione dei clienti.I prodotti Nutella della Ferrero
Se si osserva il volume di crescita dei prodotti messi in vendita negli ultimi anni si potrà difatti notare una presenta elevata di prodotti: dal classico barattolo di Nutella a quello con i grissini, dalle Tic Tac agli snack ed agli ovetti. Insomma, si può veramente dire che le cifre fanno impressione e per accorgersene basta osservare il mercato italiano della Nutella che conta l’86% dell’insieme delle creme spalmabili. Non da meno sono anche i cioccolatini come gli ovetti Kinder che contano il 15% ed i cioccolatini Raffaello, Mon Chéri, Pocket Coffee e Rocher che vantano il 36%.Passando a livello internazionale, i paesi dell’Unione Europea pesano meno sul bilancio dei ricavi della Ferrero; in particolar modo, si parla del 60% mentre del 10% nelle Americhe. Ma Ferrero cerca comunque di osservare anche gli altri mercati emergenti che suppone una crescita del 70% nei paesi dell’Europa dell’Est, dell’America Latina e dell’Asia.
domenica 15 gennaio 2012
IL VECCHIO SISTEMA E' FALLITO. RIPARTIAMO DA MERITO E BENESSERE
Jack London, nel suo libro "Il tallone di ferro" oltre un secolo fa, scriveva "(...) La società è divisa in tre grandi classi. Prima fra tutte è la plutocrazia, composta dai ricchi banchieri, dai magnati delle ferrovie, dai direttori delle grandi società e dai magnati dei trust; la seconda, la borghesia, la vostra, signori, comprende i grandi professionisti. Infine, la terza e ultima, la mia classe, il proletariato, formato dai lavoratori salariati. (...) Sul numero totale delle persone soltanto lo zero nove per cento appartiene alla plutocrazia; eppure la plutocrazia possiede il settanta per cento della ricchezza totale. La borghesia dispone di ventiquattromiliardi e gode del venticinque per cento della ricchezza totale. Resta il proletariato. Di tutte le persone che svolgono un lavoro, il settanta per cento appartiene al proletariato, che possiede solo il quattro per cento della ricchezza totale. Da quale parte sta il potere, signori?".
Sembra oggi, ma era il 1905. La nostra economia è vecchia prima di tutto perché è sostanzialmente identica, negli squilibri relativi alla distribuzione della ricchezza e negli squilibri di potere a questa associati, all'economia di oltre un secolo fa. Con la sola differenza che allora i lavoratori salariati erano in gran parte formati da operai, mentre oggi sono formati da impiegati. Ma con la stessa preoccupante tendenza a sottopagare il lavoratore medio e a strapagare i capi. Basti pensare come negli Stati Uniti si sia passati da un rapporto di circa 20 volte tra lo stipendio medio di un salariato e il CEO della stessa azienda, ad un rapporto di oltre 400 volte. Né fa eccezione a questo principio l'Europa che, pur se su rapporti inferiori, vede costantemente aumentare questo tipo di disparità anche durante gli anni di crisi.
L'attuale economia, così come quella di un secolo fa, retribuisce poco il lavoro e premia molto, troppo, i detentori di capitale. Nel 2010 e 2009 negli Stati Uniti i profitti delle imprese erano cresciuti di 528 miliardi di dollari mentre in parallelo i salari erano cresciuti di meno di un terzo: 168 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, in Germania i profitti delle imprese erano cresciuti di 113 miliardi di euro mentre i salari solo di 36. E in Inghilterra, addirittura i profitti erano cresciuti di 14 miliardi di euro mentre i salari erano diminuiti di 2. La vecchia economia della crescita continua, quando va in crisi tutela i ricchi attraverso rendite protette e relativamente poco tassate, e fa pagare il conto ai ceti medi e bassi. Mentre quanto riparte favorisce i già ricchi e lascia le briciole agli altri. E la vecchia economia, così come quella del secolo scorso alla fine degli anni '20, sta collassando soffocata dal peso di un capitale d'azzardo che, già nel 2008, valeva circa 2400 trilioni di dollari contro i 60 trilioni del PIL mondiale di quell'anno. Per ogni dollaro di economia reale quaranta dollari di scommesse speculative. Il capitale ingordo sta uccidendo sé stesso, in un paradosso per cui il denaro nel mondo non è mai costato così poco come ora, ma mai è stato così difficile ottenerne per lavorare e creare cose utili, vere, concrete. Ma questa economia della crescita continua ha prodotto anche un altro paradosso: quello di incrementare il PIL aumentando la diseguaglianza economica e sociale. Lo prova la crescita dell'indice di GINI in buona parte delle economie avanzate, così come in uno dei grandi protagonisti della globalizzazione, la Cina. Non solo, la vecchia economia premia sempre gli stessi: la mobilità sociale è in riduzione in molti paesi. La rendita (e le rendite di posizione familiari e patrimoniali) vincono sul merito e sul coraggio di chi ha solo l'intelligenza e la voglia di intraprendere dalla sua parte. Un bellissimo articolo pubblicato sull' Herald Tribune dello scorso 4 gennaio lo dice con grande chiarezza: il sogno americano di uscire dalla povertà nell'arco della propria vita, per raggiungere il benessere grazie all'intelligenza e al duro lavoro, è finito. Un americano che nasce povero ha il 70% di probabilità di morire povero. Mentre i paesi che danno a chi nasce povero la più elevata probabilità di raggiungere il benessere sono invece, un altro paradosso, proprio quei paesi Scandinavi che per anni abbiamo frettolosamente etichettato come "stati socialisti e assistenziali". E, guarda caso, quei paesi sono anche i luoghi in cui l'indice di GINI ha i valori più bassi (vale a dire società in cui la distribuzione del reddito è tra le meno diseguali). Tutti questi fatti, tutte queste evidenze, ci dicono che la vecchia economia non funziona più e che abbiamo bisogno di costruire un nuovo sistema economico. Che sia più giusto, più capace di premiare il merito e punire la rendita, e che non pregiudichi l'ambiente in cui viviamo consumando irresponsabilmente le risorse naturali. Per farlo, dobbiamo uscire dal paradigma della crescita continua per evolvere, usando le parole di un grande economista tedesco come Ernst Friedrich Schumacher il quale le scrisse già nel 1973, "verso un'economia della stabilità".
Un'economia della stabilità è un'economia che persegue prima di tutto l'equilibrio del sistema e la qualità della vita dei cittadini al suo interno, cercando di fare essenzialmente quattro cose sotto il profilo socio-economico: ridurre l'indice di GINI; aumentare il grado di mobilità sociale intragenerazionale (cioè la mobilità nell'arco di una vita); aumentare il tasso di occupazione; ridurre l'energia associata ad ogni punto di PIL prodotto (e dunque abbassare le emissioni di CO2). Questo è il nuovo modello a cui tendere. Un modello nel quale l'eventuale crescita è solo una subordinata e non un obiettivo a cui puntare. E che, se del caso, si deve generare soltanto grazie ad incrementi di produttività derivanti dall'innovazione e da un'imprenditorialità diffusa. Non certo grazie ad incrementi inflattivi dei fatturati delle imprese determinati dallo sfruttamento di rendite di posizione o di mercati a bassa concorrenza. Non è quanto si cresce, ma come, eventualmente, si cresce, a fare la differenza. Il danno fatto degli apostoli della crescita in questi ultimi anni risiede prima di tutto nel fatto di avere affermato una visione acritica dell'aumento del PIL, che non distingue tra aumenti viziosi e improduttivi di PIL (come sono appunto quegli aumenti di fatturato ottenuti dalle imprese che incrementano il prezzo della benzina approfittandosi della bassa concorrenza) da un lato, e gli aumenti virtuosi e produttivi di PIL (come sono i nuovi fatturati generati dalle, ahimè poche start-up italiane nei settori ad alta tecnologia) dall'altro. In una sorta di ossessione collettiva per il +%, in questi anni ci siamo dimenticati della qualità del PIL. E guardando troppo all'incremento, ci siamo scordati del suo intero. Come mai? Perché lo spauracchio della "crescita zero", agitato ad arte da una finanza debordante, prepotente e incosciente (come non guardare, invece, alle enormi scommesse speculative che, oggi, sono immesse nel sistema con un rapporto di almeno 1 a 40 sull'economia reale, e che sono un rischio sistemico ben più grave di una crescita zero), ci ha impedito di puntare lo sguardo nella direzione del vero obiettivo. Che non è la quantità del PIL ma la sua qualità. Il punto non è fare di più, ma fare di meglio. Occorre uscire da questa vecchia economia della crescita continua e della finanza ipertrofica che produce diseguaglianza e crisi socio-economiche violente e ricorrenti, e creare un'economia della stabilità che produce eguaglianza e benessere diffuso. Per farlo, dobbiamo definire gli obiettivi fondamentali di questa nuova economia. Ho provato a riassumerli qui di seguito, in un'ideale contrapposizione con quella vecchia. E questa contrapposizione lascio al giudizio dei lettori, invitandoli a schierarsi dall'una o dall'altra parte...
Sembra oggi, ma era il 1905. La nostra economia è vecchia prima di tutto perché è sostanzialmente identica, negli squilibri relativi alla distribuzione della ricchezza e negli squilibri di potere a questa associati, all'economia di oltre un secolo fa. Con la sola differenza che allora i lavoratori salariati erano in gran parte formati da operai, mentre oggi sono formati da impiegati. Ma con la stessa preoccupante tendenza a sottopagare il lavoratore medio e a strapagare i capi. Basti pensare come negli Stati Uniti si sia passati da un rapporto di circa 20 volte tra lo stipendio medio di un salariato e il CEO della stessa azienda, ad un rapporto di oltre 400 volte. Né fa eccezione a questo principio l'Europa che, pur se su rapporti inferiori, vede costantemente aumentare questo tipo di disparità anche durante gli anni di crisi.
L'attuale economia, così come quella di un secolo fa, retribuisce poco il lavoro e premia molto, troppo, i detentori di capitale. Nel 2010 e 2009 negli Stati Uniti i profitti delle imprese erano cresciuti di 528 miliardi di dollari mentre in parallelo i salari erano cresciuti di meno di un terzo: 168 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, in Germania i profitti delle imprese erano cresciuti di 113 miliardi di euro mentre i salari solo di 36. E in Inghilterra, addirittura i profitti erano cresciuti di 14 miliardi di euro mentre i salari erano diminuiti di 2. La vecchia economia della crescita continua, quando va in crisi tutela i ricchi attraverso rendite protette e relativamente poco tassate, e fa pagare il conto ai ceti medi e bassi. Mentre quanto riparte favorisce i già ricchi e lascia le briciole agli altri. E la vecchia economia, così come quella del secolo scorso alla fine degli anni '20, sta collassando soffocata dal peso di un capitale d'azzardo che, già nel 2008, valeva circa 2400 trilioni di dollari contro i 60 trilioni del PIL mondiale di quell'anno. Per ogni dollaro di economia reale quaranta dollari di scommesse speculative. Il capitale ingordo sta uccidendo sé stesso, in un paradosso per cui il denaro nel mondo non è mai costato così poco come ora, ma mai è stato così difficile ottenerne per lavorare e creare cose utili, vere, concrete. Ma questa economia della crescita continua ha prodotto anche un altro paradosso: quello di incrementare il PIL aumentando la diseguaglianza economica e sociale. Lo prova la crescita dell'indice di GINI in buona parte delle economie avanzate, così come in uno dei grandi protagonisti della globalizzazione, la Cina. Non solo, la vecchia economia premia sempre gli stessi: la mobilità sociale è in riduzione in molti paesi. La rendita (e le rendite di posizione familiari e patrimoniali) vincono sul merito e sul coraggio di chi ha solo l'intelligenza e la voglia di intraprendere dalla sua parte. Un bellissimo articolo pubblicato sull' Herald Tribune dello scorso 4 gennaio lo dice con grande chiarezza: il sogno americano di uscire dalla povertà nell'arco della propria vita, per raggiungere il benessere grazie all'intelligenza e al duro lavoro, è finito. Un americano che nasce povero ha il 70% di probabilità di morire povero. Mentre i paesi che danno a chi nasce povero la più elevata probabilità di raggiungere il benessere sono invece, un altro paradosso, proprio quei paesi Scandinavi che per anni abbiamo frettolosamente etichettato come "stati socialisti e assistenziali". E, guarda caso, quei paesi sono anche i luoghi in cui l'indice di GINI ha i valori più bassi (vale a dire società in cui la distribuzione del reddito è tra le meno diseguali). Tutti questi fatti, tutte queste evidenze, ci dicono che la vecchia economia non funziona più e che abbiamo bisogno di costruire un nuovo sistema economico. Che sia più giusto, più capace di premiare il merito e punire la rendita, e che non pregiudichi l'ambiente in cui viviamo consumando irresponsabilmente le risorse naturali. Per farlo, dobbiamo uscire dal paradigma della crescita continua per evolvere, usando le parole di un grande economista tedesco come Ernst Friedrich Schumacher il quale le scrisse già nel 1973, "verso un'economia della stabilità".
Un'economia della stabilità è un'economia che persegue prima di tutto l'equilibrio del sistema e la qualità della vita dei cittadini al suo interno, cercando di fare essenzialmente quattro cose sotto il profilo socio-economico: ridurre l'indice di GINI; aumentare il grado di mobilità sociale intragenerazionale (cioè la mobilità nell'arco di una vita); aumentare il tasso di occupazione; ridurre l'energia associata ad ogni punto di PIL prodotto (e dunque abbassare le emissioni di CO2). Questo è il nuovo modello a cui tendere. Un modello nel quale l'eventuale crescita è solo una subordinata e non un obiettivo a cui puntare. E che, se del caso, si deve generare soltanto grazie ad incrementi di produttività derivanti dall'innovazione e da un'imprenditorialità diffusa. Non certo grazie ad incrementi inflattivi dei fatturati delle imprese determinati dallo sfruttamento di rendite di posizione o di mercati a bassa concorrenza. Non è quanto si cresce, ma come, eventualmente, si cresce, a fare la differenza. Il danno fatto degli apostoli della crescita in questi ultimi anni risiede prima di tutto nel fatto di avere affermato una visione acritica dell'aumento del PIL, che non distingue tra aumenti viziosi e improduttivi di PIL (come sono appunto quegli aumenti di fatturato ottenuti dalle imprese che incrementano il prezzo della benzina approfittandosi della bassa concorrenza) da un lato, e gli aumenti virtuosi e produttivi di PIL (come sono i nuovi fatturati generati dalle, ahimè poche start-up italiane nei settori ad alta tecnologia) dall'altro. In una sorta di ossessione collettiva per il +%, in questi anni ci siamo dimenticati della qualità del PIL. E guardando troppo all'incremento, ci siamo scordati del suo intero. Come mai? Perché lo spauracchio della "crescita zero", agitato ad arte da una finanza debordante, prepotente e incosciente (come non guardare, invece, alle enormi scommesse speculative che, oggi, sono immesse nel sistema con un rapporto di almeno 1 a 40 sull'economia reale, e che sono un rischio sistemico ben più grave di una crescita zero), ci ha impedito di puntare lo sguardo nella direzione del vero obiettivo. Che non è la quantità del PIL ma la sua qualità. Il punto non è fare di più, ma fare di meglio. Occorre uscire da questa vecchia economia della crescita continua e della finanza ipertrofica che produce diseguaglianza e crisi socio-economiche violente e ricorrenti, e creare un'economia della stabilità che produce eguaglianza e benessere diffuso. Per farlo, dobbiamo definire gli obiettivi fondamentali di questa nuova economia. Ho provato a riassumerli qui di seguito, in un'ideale contrapposizione con quella vecchia. E questa contrapposizione lascio al giudizio dei lettori, invitandoli a schierarsi dall'una o dall'altra parte...
sabato 14 gennaio 2012
Le lacrime della Fornero...e le nostre
(AGI) - Torino, 14 gen. - Il declassamento del rating italiano deciso ieri da Standard & Poor's e' stato "una vera sberla". Lo ha detto il ministro del Welfare, Elsa Fornero. "Noi quest'estate - ha aggiunto intervenendo alla presentazione di un libro di Emma Bonino - siamo stati in prossimita' di una crisi finanziaria che poteva vere conseguenze gravissime". "E' stato evitato il baratro? Non ancora - ha proseguito il ministro - c'e' un tira e molla: con la manovra abbiamo fatto un passo indietro dal baratro, ma non dipende solo dal Paese, ogni tanto qualche spinta arriva e ci butta di nuovo in avanti.
Quella di ieri e' stata una vera sberla, una sberla che rende piu' difficile il rapporto tra i diversi Paesi europei nel risolvere la crisi".
Quella di ieri e' stata una vera sberla, una sberla che rende piu' difficile il rapporto tra i diversi Paesi europei nel risolvere la crisi".
se fosse colpa della crisi il naufragio della costa!
Da stanotte mi chiedo come sia stato possibile un errore umano del genere quattro miglia marine equivalgono a circa 10 km mentre un miglio a circa 1,7 km, ora mi domando il comandante era a cena ma ovviamente c'era il suo secondo in sala guida si vedeva a vista che si era fuori rotta, non parliamo di metri ma di km e poi persone esperte sanno benissimo i rischi che si affrontano avendo quattro mila e più persone su un grattacielo galleggiante, mi faccio queste domande perche mi chiedo se la compagnia non abbia in un periodo come questo di crisi colpe nel cercare personale poco esperto e sotto pagato o nell'addestramento del personale, visto che tutti quelli intervistati hanno lamentato una scarsa preparazione e una disinformazione totale su cosa stesse succedendo.
Spesso pensiamo che le cose non accadano mai è poi invece quando succedono, siamo con i se e con i ma che non portano da nessuna parte se no una triste verità 3 morti 40 feriti e cinquantaquattro dispersi
aggiornamento fonte tgcom24:
" Sull'incidente della Costa Concordia un comandante di lungo corso che chiede di mantenere l'anonimato ipotizza: "O è avvenuto un black out, che ha fatto andare in tilt gli strumenti di navigazione, che sono molto sofisticati oppure c'è stato un errore di valutazione. Ma è tutto molto strano, il comandante è una persona molto esperta".
Spesso pensiamo che le cose non accadano mai è poi invece quando succedono, siamo con i se e con i ma che non portano da nessuna parte se no una triste verità 3 morti 40 feriti e cinquantaquattro dispersi
aggiornamento fonte tgcom24:
" Sull'incidente della Costa Concordia un comandante di lungo corso che chiede di mantenere l'anonimato ipotizza: "O è avvenuto un black out, che ha fatto andare in tilt gli strumenti di navigazione, che sono molto sofisticati oppure c'è stato un errore di valutazione. Ma è tutto molto strano, il comandante è una persona molto esperta".
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